Cosa è la plasticità neurale e perché è così importante saperla sfruttare

La neuroplasticità o plasticità neurale

Con il termine neuroplasticità si fa riferimento ad una caratteristica intrinseca che il nostro cervello possiede e che consiste nella capacità di rispondere agli stimoli che provengono tanto dall’ambiente esterno quanto dalle nostre esperienze interne, modificandosi in termini neurostrutturali e neurochimici.

Questa caratteristica veniva un tempo associata in modo quasi esclusivo all’infanzia, con la convinzione che essa fosse l’unica fase di vita in cui il cervello era in grado di andare incontro a tali trasformazioni. Solo recentemente, grazie all’evolversi delle metodologie di ricerca ed all’espandersi degli studi nel campo delle neuroscienze, è stato osservato che il fenomeno di plasticità neurale può verificarsi durante l’intero arco di vita.

Il fenomeno di pruning

Il primo adattamento neuroplastico si verifica nei primi anni di vita. Tra i 2 ed i 3 anni ci troviamo nella fase in cui il nostro cervello raggiunge il picco massimo di sinapsi. Successivamente, grazie alle esperienze ed alle caratteristiche genetiche individuali, ha inizio il cosiddetto fenomeno di “pruning” (in italiano potatura), che consiste in una vera e propria potatura delle sinapsi in eccesso. Tale fenomeno non avviene in maniera casuale ma segue una logica precisa: più una sinapsi viene stimolata, più sarà rafforzata. Minore sarà la stimolazione, maggiore la possibilità di essere soggetta ad eliminazione. In questo modo, intorno ai 16 anni, raggiungiamo una stabilizzazione del numero di sinapsi presenti nel nostro cervello e, conseguentemente, una stabilizzazione del numero e del tipo di connessioni tra aree cerebrali.

La densità sinaptica che abbiamo rispettivamente alla nascita, a 7 ed a 15 anni di età

Esperienze dell’infanzia fondamentali

Tutto questo complesso meccanismo ci aiuta a comprendere quanto le esperienze che caratterizzano i nostri primi anni di vita siano FONDAMENTALI nel nostro sviluppo, non solo in termini di personalità e carattere ma anche in termini neurostrutturali. Ogni fase della nostra infanzia è caratterizzata da finestre critiche in cui il cervello è pronto a fare esperienze e stabilizzare le funzioni richieste da quel determinato momento.

Un esempio tipico che può aiutarci a comprendere il tipo di meccanismo che si verifica è quello dell’esperimento condotto negli anni ’60 da Hubel e Wiesel. Questi due scienziati indussero una deprivazione sensoriale monoculare nei cuccioli di gatto in fasi diverse della loro “infanzia”: alcuni da appena nati, altri dopo che avevano sviluppato le cellule nervose che ricevono informazioni dall’occhio. In base alla fase in cui erano stati deprivati della vista, i gattini avevano sviluppato in modo diverso le vie visive, mostrando una diminuzione del 40% nello sviluppo delle strutture corticali e sottocorticali nei casi di deprivazione dalla nascita ed uno sviluppo leggermente meno atrofizzato nell’altro caso. Se invece lo stesso esperimento veniva condotto in un gatti adulti, una volta che la deprivazione terminava i gatti non avevano subito nessun tipo di modifica a livello cerebrale e riuscivano quindi a vedere in modo normale.

Perché è così importante stimolare i bambini usando emozioni positive

Questo semplice esperimento dimostra quanto sia importante che la stimolazione cerebrale avvenga nel corretto periodo di tempo e soprattutto con la corretta intensità e costanza. Un bambino ha l’enorme potere e capacità di rispondere in modo rapido ed immediato a ciò che gli viene insegnato proprio perché è soggetto a questo meccanismo di potatura sinaptica che sta modellando il suo cervello.

Un altro punto fondamentale è inoltre rappresentato dalle emozioni. Le emozioni accompagnano qualsiasi momento della nostra vita e qualsiasi esperienza facciamo. Quando impariamo qualcosa di nuovo e quindi modifichiamo il nostro cervello, la modifica che mettiamo in atto verrà automaticamente associata ad un ricordo emozionale. Quando richiameremo all’attenzione quell’attività appresa o quel ricordo, automaticamente il nostro cervello lo assocerà all’emozione che abbiamo vissuto quando la o lo abbiamo sperimentato per la prima volta.

Se quando insegniamo ad un/a bambino/a a mettere in ordine la propria stanza lo facciamo sgridandolo, alzando la voce, utilizzando punizioni nel caso in cui ciò non venga fatto secondo le nostre aspettative, stiamo creando nel suo cervello un ricordo negativo associato a quel compito. Questo si potrà poi tradurre in due possibili epiloghi: 1) da grande odierà riordinare la propria stanza e quindi non lo farà, 2) riordinerà la propria stanza spinto dalla sensazione di dovere ma accompagnata dal senso di colpa. Riordinare la stanza insieme a lui/lei dandogli/le la possibilità di decidere da sé come ed in che modo posizionare i propri giochi, collaborando, scherzando o anche cantando, creerà in lui il ricordo di un’attività piacevole e di un senso del dovere nel semplice rispetto di sé stesso e dei propri spazi.

La neuroplasticità non finisce a 16 anni

Contrariamente a quanto si credeva fino a pochi anni fa, ad oggi i neuroscienziati sono riusciti a dimostrare che il meccanismo per cui il nostro cervello sarebbe in grado di modificarsi in risposta agli stimoli ambientali non termina con l’inizio dell’età adulta ma è anzi in grado di verificarsi per l’intero arco della nostra vita. Cambia solo la rapidità e la quantità di stimolazione necessaria affinchè si modifichi.

Va quindi da sé che le famose frasi “sono fatto così” oppure “questa cosa non la capirò mai” sono false ed improbabili e che l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è di credere in noi stessi e perseverare nel raggiungimento dei nostri obiettivi personali, piccoli o grandi che siano.

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